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Spettacolo

PET SEMATARY – I morti si risvegliano, ma gli spettatori dormono

PET SEMATARY (2019) è la seconda rivisitazione (la prima è del 1989) di un celebre romanzo di Stephen King. A fine visione è evidente che ne bastasse una soltanto, quella del passato!


Louis Creed si trasferisce in una piccola cittadina lontano dal caos delle grandi città.
Al suo seguito la moglie Rachel, i loro due figli, Ellie e Gage, e il loro gatto Church.
La casa però ha una posizione quanto mai sinistra che fa presagire il peggio. Da una parte si trova ai limiti di un grande bosco dove i ragazzini della zona vanno a seppellire da sempre i loro animali domestici; dall’altra è costruita a ridosso di una strada percorsa quotidianamente da grossi tir che sfrecciano incauti.
Non passerà molto tempo che il povero Church farà una brutta fine, ma il loro vicino di casa mostrerà a Louis un posto molto antico che si trova oltre il piccolo cimitero degli animali. Louis ci seppellirà il suo gatto.
E la notte stessa Church farà ritorno a casa, ma…

I registi Kevin Kolsh e Dennis Widmyer sono chiamati a resuscitare un vecchio romanzo di Stephen King, l’omonimo “Pet Sematary” (l’errore di scrittura è voluto perché richiama il cartello scritto dai bambini all’ingresso del piccolo cimitero).

PET SEMATARY (2018)
“Non sarò mai una brava attrice, posso interpretare solo una morta”

Nel farlo però decidono di tradire il romanzo, sovvertendo in minima parte il percorso narrativo degli eventi.
Ma ciò che realmente manca a questo film è forse lo spirito, l’anima della pagina scritta.


Stephen King scrisse uno romanzi più cupi e crudeli e in esso venne a toccare temi come la morte, l’accettazione del lutto, la fede, la magia e – chiaramente – l’orrore.

La sceneggiatura di questa nuova trasposizione scivola con lentezza e pochi guizzi verso il finale senza che questi temi siano approfonditi nella giusta misura, confezionando così un horror forse dignitoso per certi aspetti (effetti speciali e trucco), ma totalmente impersonale e incapace di toccare realmente lo spettatore.

Per chi conosce il romanzo o abbia visto il film del 1989 sa di cosa io stia parlando e sa come – nella parte centrale del racconto – si assista a uno degli eventi più strazianti mai narrati in un film del genere.

PET SEMATARY (2019)
CHURCH è stato candidato a Miglior Gatto, Miglior Graffio, Miglior Sguardo, Miglior Pelo, Miglior Passo Felpato, Miglior Soffiata Isterica, Miglior Scena erotica

Qui tra dialoghi che sfiorano il ridicolo e una certa insistenza nello scavare nel tragico passato di Rachel che più che farcela amare ci porta a chiederci se non necessiti di cure psichiatriche; il film perde tutto il suo potenziale per cadere nella banalità.

In questo non aiuta poi la scelta degli attori principali, in particolare nella faccia da posacenere di Jason Clarke (che avevo già disprezzato nel film “CHIUDI GLI OCCHI“, 2016) che proprio non riesce a entrare in connessione con lo spettatore e che per questo non puoi che denigrarlo e ritenerlo un emerito cretino quando porterà alla totale distruzione della sua famiglia.

Sì, si salta sulla poltrona un paio di volte.
Sì, c’è qualche scena degna di nota per gli amanti dei particolari più raccapriccianti.
Sì, è un filmetto che non ha pretese.
Sì, Church è bravissimo nel suo essere perfido (sebbene siano stati usati diversi gatti per il ruolo luciferino) e spero ottenga una candidatura agli Oscar 2020.

Ma…
No, la bambina è insopportabile e poco credibile in ogni scena.
No, la famiglia mulino bianco versione TWD potevamo risparmiarcela.
No, la mamma dovrebbe iniziare una terapia a base di xanax e tavor.
No, una cretina semi paralizzata nel letto non può cadere dentro ad un montacarichi.
No, la processione di bambini con maschere di animali non hanno alcun senso di esistere.

Se volete vedere PET SEMATARY, vi consiglio di recuperare quello del 1989.

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Ossessionato dal trovare delle costanti nelle incostanze degli intenti di noi esseri umani, quando non mi trovo a contemplare le stelle, mi piace perdermi dentro a un film o a una canzone.

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