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Legalità

Piacenza, quando la “banda criminale” porta la divisa

Durante la settimana in cui si ricordano gli abusi e le violenze della polizia durante il G8 di Genova del 2001, la Guardia di Finanza di Piacenza, coordinata dalla procura, ha concluso l’indagine che ha posto sotto sequestro la caserma di via Caccialupo a Piacenza e ha portato all’arresto di sei carabinieri.


La banda dei carabinieri

Spaccio di droga, arresto illegale, lesioni personali, tortura, estorsione e ricettazione, reati solitamente imputati ad affiliati di un’associazione a delinquere ma che questa volta hanno coinvolto agenti, coloro che hanno giurato sulla Costituzione prima di entrare in servizio, coloro che dovrebbero far rispettare le leggi, combattere la criminalità e il malaffare.

Dalle settantacinquemila conversazioni telefoniche e ambientali, è emerso che gli stessi carabinieri amavano definirsi criminali, a capo di un’organizzazione gerarchica, stile Gomorra: “In poche parole abbiamo fatto una piramide: sopra ci stiamo io, tu e lui… ok? Noi non ci possono… noi siamo irraggiungibili”.

Nessuno ha mai denunciato

L’indagine è partita da una segnalazione di un maggiore, in passato in servizio nella caserma piacentina, che ha raccontato di aver ricevuto dei messaggi da un informatore della banda dei carabinieri e ha dichiarato quanto visto con i suoi occhi nel periodo di lavoro presso quella struttura. Gli agenti “tenevano comportamenti sopra le righe, come organizzare festini a base di stupefacenti ai quali partecipavano diverse prostitute”. L’ufficiale in questione non ha mai riferito nulla perché non si fidava della dirigenza. I motivi che hanno portato a non denunciare, per quelle che sono le massime di esperienza, possono essere diversi: timore di essere allontanati, di avere degli orari più pesanti, problemi connessi alle ferie, ai permessi o alle promozioni

L’unico carabiniere del nucleo non indagato è un ufficiale appena arrivato che si confidava con il padre, colonnello in pensione, del clima sul posto di lavoro e delle coperture di cui godeva il gruppo.

I sei agivano impuniti perché “in presenza di risultati in termini di arresti eseguiti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai militari loro sottoposti”.

Nelle più di trecento pagine dell’ordinanza, il giudice per le indagini preliminari Luca Milani scrive del giovane carabiniere: si evince “tutta la delusione per essere finito a lavorare in un ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine, dove tutto è tollerato a condizione che vengano garantiti arresti”. Lo stesso ha anche assistito alla redazione di un falso verbale, senza intervenire.

“Il problema è nel sistema”

Non si facciano sconti a nessuno, i casi stanno diventando troppi, il problema è nel sistema per citare le parole di Ilaria Cucchi.

Il Caso Piacenza ha destato enorme scalpore, sia nell’opinione pubblica che nella stessa arma, per il tipo di organizzazione elaborata ed il numero di persone coinvolte. Ci si riferisce al sistema poiché, nella storia recente del nostro paese, non è la prima volta che le forze dell’ordine rimangono coinvolte in questi scandali: ricordiamo i pestaggi da parte della polizia durante l’assalto alla scuola Diaz nel luglio 2001, ricordiamo gli agenti colpevoli delle tragiche morti di Riccardo Magherini, Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, e a tutto quello che avviene ogni giorno all’interno delle carceri italiane.

Quello che più emergerebbe dalla inchiesta, tuttavia, sarebbe un vero e proprio sistema malavitoso e, come ben sappiamo dalla storia delle organizzazioni criminali che operano nel nostro territorio, la prima cosa da fare in questa situazione è non sottovalutare il problema.

La procura militare di Verona, che ha aperto un fascicolo sugli abusi, ha anche lei il dovere di fare in modo che le persone coinvolte paghino per quanto fatto, non ci potranno e dovranno essere insabbiamenti o minimizzazioni. Non basterà un trasferimento degli agenti in questione, che si sentivano intoccabili, potenti proprio perchè indossavano una divisa.

L’auspicio è che venga accolto l’appello del garante dei detenuti, Marcello Marighelli, serve “una riflessione approfondita, che coinvolga anche il personale delle forze dell’ordine, sulle possibili azioni per la prevenzione del rischio di trattamenti disumani e degradanti. Viene delineato un quadro che, se confermato, mostrerebbe una realtà allarmante per la violazione di diritti fondamentali delle persone affidate alla responsabilità dello Stato.


Fonti: Ansa, Agi, Repubblica

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Scritto da

Marchigiana a Torino. Studentessa di Comunicazione Politica e Pubblica sopravvissuta all'erasmus a Liège. Compro più libri di quanti ne possa leggere.

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