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Legalità

RimanDATI i comuni italiani: poca trasparenza sui beni confiscati

Il 7 marzo 1996 entrava in vigore la legge n.109/96 per il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie. Venticinque anni dopo, Libera richiama l’attenzione sull’operato dei comuni italiani.


L’intuizione di La Torre

«Vogliamo che lo Stato sequestri e confischi tutti i beni di provenienza illecita, da quelli dei mafiosi a quelli dei corrotti. Vogliamo che i beni confiscati siano rapidamente conferiti, attraverso lo Stato e i Comuni, alla collettività per creare lavoro, scuole, servizi, sicurezza e lotta al disagio»

Cominciava così la proposta di iniziativa popolare promossa dalla neonata Libera. Era il 1995 e grazie a più di un milione di firme raccolte in tutta Italia, in Parlamento si tornava a parlare di beni confiscati ai gruppi criminali.

La prima discussione era avvenuta tredici anni prima, quando l’intuizione del politico ucciso per mano di Cosa Nostra divenne legge: la legge Rognoni-La Torre sui beni confiscati alla mafia. «Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale».

RimanDATI

In collaborazione con il Gruppo Abele e il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, Libera ha da poco presentato “RimanDATI”, primo report nazionale sullo stato della trasparenza dei beni confiscati nelle amministrazioni locali.

Su 1076 comuni monitorati 670 sono stati “rimandati” a causa del loro livello di trasparenza della filiera della confisca dei beni mafiosi, non pubblicando l’elenco sul loro sito internet. Tra le regioni meno trasparenti troviamo al primo posto l’Umbria, seguita dal Trentino Alto Adige, Abruzzo, Sardegna e Toscana. Secondo la ricerca, intrapresa a maggio 2020 e conclusa ad ottobre, le regioni più virtuose sono la Basilicata, Marche, Emilia Romagna, Liguria e Lazio.

«Il report – commenta Davide Pati, vicepresidente nazionale di Libera- analizza l’operato dei comuni e ad essi si rivolge: sono loro gli enti più prossimi al territorio e il primo fronte per l’esercizio della cittadinanza. Quando riconsegnati alle autonomie locali, i beni confiscati alle mafie rappresentano una questione eminentemente politica e per deciderne efficacemente il destino occorre favorire forme innovative di organizzazione sociale, economica e istituzionale ispirate ai principi della pubblica utilità e del bene comune. Se questo è vero, ne discende che la conoscibilità e la piena fruibilità dei dati, delle notizie e delle informazioni sui patrimoni confiscati non possono che essere a loro volta considerati elementi di primaria importanza».

I beni confiscati sono, e devono esserlo sempre di più, strumento di partecipazione democratica e coesione territoriale. Si devono attivare percorsi di progettazione partecipata e monitoraggio civico, attraverso il coinvolgimento di tante realtà sociali cittadine ma attualmente, ciò non avviene. Secondo RimanDATI, il 35% dei comuni non specifica tra destinazione istituzionale o sociale e il 17% non specifica ubicazione. Quasi la metà dei comuni non presenta poi informazioni sulla metratura o sugli ettari del bene confiscato, rendendo più difficile anche la presa in considerazione di questi spazi per l’organizzazione di attività.


«Potenziare l’effettiva capacità di restituzione alla collettività del patrimonio sottratto alla criminalità non va inteso solo come l’adempimento di un onere amministrativo, ma come un’opportunità di “buon governo” del territorio».

Scritto da

Marchigiana a Torino. Compro più libri di quanti ne possa leggere.

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