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Un flop colossale. Non servono mezzi termini per descrivere l’esito del referendum costituzionale che avrebbe reso illegittimo il concetto di matrimonio egualitario in Romania.

Non è bastato aver spalmato l’apertura delle urne su due giornate, così come la mobilitazione dell’intera comunità ortodossa, il sostegno pressoché plebiscitario delle forze politiche e addirittura la propaganda sulle confezioni del pane.

Attivista lgbt rumena in piazza
Attivista lgbt rumena in piazza

Alla chiusura dei seggi (ore 20 italiane, ore 21 locali) poco più del 20% dei cittadini rumeni aventi diritto al voto (20,41% per la precisione) hanno partecipato alla tornata referendaria del 6 e 7 ottobre con l’unico scopo di vietare costituzionalmente i matrimoni egualitari: 3 milioni e mezzo di cittadini, pochi di più rispetto a quelli che con la loro firma avevano sottoscritto la richiesta promossa dalla comunità ortodossa.

Per rendere l’esito del Referendum valido sarebbe stata sufficiente un’affluenza del 30% dei votanti.

Nella Costituzione, come già spiegato in quest’altro post, la famiglia rimane “fondata sul matrimonio liberamente concordato tra i coniugi, sulla loro uguaglianza e sul diritto e dovere dei genitori di assicurare la crescita, l’educazione e la formazione dei bambini“.

Il referendum chiedeva che alla definizione “tra i coniugi” fosse sostituita la dicitura “tra un uomo e una donna”.

La Romania resta comunque uno dei pochi paesi dell’UE a non prevedere alcuna legislazione in materia di diritti LGBT, ma si spera che con l’esito chiaro di questo referendum la parte politica più progressista del paese affronti la questione in maniera coraggiosa.

Le reazioni

È stato un esito del tutto inaspettato quello del referendum contro lo spauracchio del matrimonio gay promosso in Romania dalle associazioni religiose, che per settimane erano risultati in vantaggio nei sondaggi.

Nonostante i risultati abbiano registrato un’impennata del Sì (inteso come sì alla modifica) oltre al 93%, l’affluenza è stata insufficiente.

Il Patriarca Ortodosso Daniel alle urne
Il Patriarca Ortodosso Daniel alle urne

La chiesa ortodossa, che gode di credibilità e autorevolezza per circa l’85% dei rumeni, aveva messo in campo perfino Sua Beatitudine il Patriarca Daniel, capo della chiesa ortodossa rumena, che aveva invitato ad andare a votare “prima che fosse troppo tardi, per difendere un dovere patriottico“.

La Coalizione Pro-Famiglia, tra i promotori del voto, aveva come obiettivo quello di “rafforzare la famiglia come elemento fondamentale della società” e di  “difendere i bambini dalla menzogna ideologica della rivoluzione sessuale che vuole rieducare genitori e figli“.

In seguito alle risultanze del voto, la Coalizione Pro-Famiglia ha accusato i partiti di aver ingenerato un “boicottaggio generale” nel loro elettorato.

È servito quindi l’invito delle associazioni lgbt+ come MozaiQ a boicottare le urne: “I cittadini rumeni hanno respinto l’odio e la divisione nella società e non hanno legittimato, attraverso la loro presenza, un atto politico volto a stigmatizzare e discriminare la comunità LGBT” hanno dichiarato gli attivisti sul loro sito web, aggiungendo “Sostenendo la campagna #boycot, i cittadini rumeni hanno mandato un segnale molto chiaro sul loro attaccamento ai valori europei e democratici. Le forze conservatrici in Romania ricevono oggi un NO definito dai cittadini, il che ci fa sperare che la futura Romania sia accogliente per tutte le minoranze e garante delle pari opportunità per tutti.

Attivista di Mozaiq in piazza
Attivista di Mozaiq in piazza

Esulta anche il partito di opposizione USR (Unione Salva Romania), che ha così commentato in una nota: “Si conferma ciò che avevamo detto fin dall’inizio, ovvero che si tratta di un referendum inutile che non modifica lo status legale della famiglia o del matrimonio, né la vita quotidiana dei rumeni“.

Si è trattato di un clamoroso autogol della maggioranza socialdemocratica al governo che lo scorso mese di settembre aveva calendarizzato il via alla consultazione in tutta fretta con una procedura d’urgenza, aprendo di fatto un fronte di malcontento interno al partito.

Il sindaco del terzo distretto di Bucarest, Robert Negoita, ha fortemente criticato l’operato del leader del Partito Liviu Dragnea, insinuando che un vero leader avrebbe saputo convincere la propria gente a votare e che i 40 milioni di euro spesi per il Referendum avrebbero potuto essere utilizzati in altro modo.

Contro il referendum si erano espressi anche gli europarlamentari rumeni del PSD, manifestando il loro dissenso rispetto alle politiche nazionali: “I risultati mostrano con chiarezza che i romeni non si sono fatti raggirare da un’agenda politica orchestrata per seminare odio e discordia“, dichiara il capogruppo Udo Bullmann: “La maggior parte di noi socialdemocratici crede che un diritto umano non debba essere oggetto di un referendum”.

 

Scrivo per la stampa locale, gioco a fare il blogger. Laureato in Economia. Pugliese integralista. Eclettico.
Mi piacciono i violini nei film di Truffaut, le poesie di Sandro Penna e i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.

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