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Dr. Rainbow

Sindemia: il disagio giovanile in tempo di pandemia

I ragazzi soffrono: scuole aperte, scuole chiuse, reparti di neuropsichiatria infantile saturi e famiglie in difficoltà. Preadolescenti e adolescenti si ammalano e il confinamento prolungato, unito all’interruzione delle attività aggregative, sportive e ricreative, ha influito pesantemente sulla loro salute mentale.


C’era una volta

C’erano una volta i centri di aggregazione giovanile: laici, accessibili, gratuiti e gestiti da équipe educative esperte. C’era una volta l’educativa di strada che prevedeva interventi a favore delle fasce giovanili più fragili che vivono in contesti svantaggiati. C’era una volta un servizio pubblico di assistenza psicologica, che nei consultori offriva a genitori e ragazzi la possibilità di essere ascoltati e seguiti, gratuitamente. C’erano una volta progetti di sviluppo di comunità orientati a promuovere benessere e coesione sociale nei quartieri più “difficili”. C’era una volta una scuola pubblica in cui le classi non erano sovraffollate e il rapporto numerico docenti-studenti favoriva una migliore relazione educativa a livello gruppale e individuale.

Ebbene, in trent’anni tutto questo è stato demolito.

Oggi i servizi educativi si sono quasi estinti e il diritto allo studio è sempre meno inclusivo: chi può si forma, cresce e si integra; chi invece non ha risorse intellettuali e/o finanziarie arriva al diploma, se gli va bene, altrimenti, lo aspetta la dispersione scolastica e la disoccupazione.

Tutto questo ha creato un terreno fertile per la diffusione di forme di esclusione sociale e di disagio psicologico. Nonostante si sia registrata una crescita significativa di suicidi e psicopatologie tra i giovani nell’ultimo decennio, le UONPIA territoriali (Unità Ospedaliere di Neuropsichiatria per l’Infanzia e l’Adolescenza) non sono state potenziate e non riescono pertanto a rispondere ai bisogni di queste sofferenze. Inoltre, nulla o poco viene fatto per prevenire queste forme gravi di malessere. Il sistema educativo e la rete dei servizi sociosanitari sono al collasso, da tanto tempo. Ne deriva che i più deboli e i più poveri sono più esposti mentre i più facoltosi possono trovare altre soluzioni.

La sindemia giovanile

L’arrivo della pandemia ha segnato il colpo finale.

L’emergenza sanitaria e i provvedimenti che ne sono seguiti hanno detonato un disagio già presente che ha però avuto modo di manifestarsi ed esplodere in tutta la sua drammaticità. Se uno Stato non protegge i giovani con dispositivi educativi e sociosanitari funzionanti, accessibili ed efficaci, e a questo aggiunge un disinvestimento nella prevenzione, nella promozione della salute e nel sistema della cura, è chiaro che si rende più vulnerabile, soprattutto in tempi di crisi. Eccoci, quindi, al fenomeno che azzarderei definire come sindemia giovanile (sindemia: l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici prodotti dall’interazione sinergica di due o più malattie trasmissibili e non trasmissibili, caratterizzata da pesanti ripercussioni, in particolare sulle fasce di popolazione svantaggiata; Treccani, n.d.a.).

via SnappyGoat.com

In questo anno di pandemia i ragazzi hanno interrotto/sospeso il loro percorso evolutivo con relativi effetti collaterali: si osserva un incremento dei disturbi d’ansia generalizzata, dei disturbi ossessivo compulsivi e dei disturbi del comportamento alimentare.


A questo si aggiungono forme gravi di ritiro sociale caratterizzate da depressione, tentati suicidi e forme di autolesionismo. I periodi di confinamento e la drastica riduzione di socializzazione corpo a corpo hanno indotto i ragazzi a sostare per ore e ore davanti agli schermi di smartphone, tablet e PC. La disconnessione fisica e l’iperconnessione digitale ha esposto bambini e ragazzi al rischio di sviluppare dipendenze patologiche e di manifestare comportamenti regressivi per quanto riguarda lo sviluppo delle competenze emotive e relazionali. La DAD ha provocato molti problemi nei programmi di inclusione, nella frequenza scolastica, nei processi di apprendimento, nella motivazione allo studio e, più in generale, nella qualità delle relazioni interpersonali. Urgono pertanto misure riparative e rieducative per poter risarcire i giovani e le famiglie.

Il futuro che non c’è più

La pandemia ha reso ancora più evidente l’assenza di prospettiva. Il futuro che prima poteva essere una meta a cui tendere per realizzarsi e integrarsi nella società, ora invece è avvolto da un manto di oscurità e incertezza. Il diritto di sognare e di credere in qualcosa di migliore sembra essersi nel tempo deteriorato e con l’emergenza sanitaria questo fenomeno si è ulteriormente aggravato.

Sui giovani pesa la responsabilità di salvare il futuro da un passato spregiudicato in cui le generazioni precedenti sono rimaste indifferenti ai veri problemi che permeano questo mondo. Questo carico si trasforma in ansia, depressione, impotenza appresa, disillusione, disinteresse, rabbia e totale sfiducia verso il mondo dei grandi, ormai poco credibile, deludente, e assolutamente non autorevole.

Il famoso esempio o modello a cui ispirarsi non esiste più e questo crea disorientamento, dispersione, smarrimento, ritiro sociale e conflitto. Quale spinta vitale può esistere senza una stella polare a cui tendere, un sogno da realizzare, un mondo da sognare?


Il lato positivo

Trovarsi improvvisamente in uno stato di vulnerabilità induce a fermarsi per pensare e a confrontarsi con se stessi, alla ricerca di nuove idee, nuove risorse, nuove prospettive e nuovi adattamenti. Dover sospendere e interrompere le relazioni sociali consente di sentirne la mancanza ma al contempo di sentirne l’estrema importanza. Ciò che prima era scontato, implicito e usuale in tempi di crisi diviene straordinario e prezioso.

Nel vivere certe assenze i ragazzi hanno potuto migliorare la qualità della loro presenza ridefinendo le priorità e i loro sistemi valoriali. La scuola, per esempio, non è solo il luogo della lezione noiosa da evitare, ma è anche il luogo dell’interazione sociale, dell’incontro, del dialogo e di tutto ciò che caratterizza il contatto umano, dal vivo. Forse una certa privazione, imprevista e non voluta, ha indotto i ragazzi – talvolta imprigionati in bolle virtuali, consumistiche, iperprotettive dove vige uno stato di onnipotenza – a stare nel limite e nell’impotenza così da trovare una nuova sensibilizzazione verso se stessi e verso l’ambiente.  

Ricostruzione e responsabilità

Per tentare di riconvertire questo inesorabile processo involutivo si potrebbe mirare ad una ricostruzione strutturale della comunità, dei sistemi di cura, dei contesti educativi e di tutto ciò che fortifica e sostiene l’organismo educante. Ma per fare questo, serve cambiare paradigma e al contempo ridefinire le priorità dell’agenda politica.

I sintomi che caratterizzano i disagi psicologici e mentali degli adolescenti sono il segno inequivocabile di una rottura. Quell’anello della catena di trasmissione che dovrebbe legare le generazioni si è spezzato e questo non può risolversi con la sola cura del sintomo. Dovremmo invece occuparci di tutto il sistema che gravita intorno alle forme di disagio e che include tutte le agenzie educative, tutti i servizi sociosanitari e tutte le forme di intervento volte alla prevenzione e alla promozione della salute. La sola medicalizzazione e psicologizzazione del sintomo non può gestire questa ennesima ondata. Serve un lavoro concertato tra più ambiti disciplinari che operano nella relazione educativa e socio-assistenziale. Gli adulti devono prendersi questa responsabilità nel tentativo di ricostruirsi una credibilità, e assumersi autenticamente il ruolo di genitori, nel senso generativo del termine, che sanno prendersi cura dei bambini e dei ragazzi a cui forse si sta chiedendo troppo.

a cura di Andrea Fianco, Psicologo e Psicoterapeuta
Collettivo Il Buffone

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