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Editoriale

Sobrietà, sobrietà, sobrietà… dov’è che l’ho già sentita?

Lo ammetto: ogni volta che vado ad un Pride, mi sento bene. Non come Arisa sul palco di Sanremo, ma quasi. Si sta insieme, con chi si vuole, si sfila fianco a fianco e capita che al tuo fianco ci sia pure chi non sopporti ma, è il Pride! Nessun* ti dirà niente. Va bene così. 

Io la trovo sempre una cosa meravigliosa questa qui, di stare insieme nonostante le diversità, i contrasti, le opinioni discordanti, i punti di vista non concilianti, le incoerenze reciproche, le fragilità, le forze… non è forse questa l’essenza dell’umanità? Non è questo il convivere civile

La società appartiene a tutte le persone, spesso ci sono discussioni, contrasti, ma resta qualcosa che in teoria ci unisce: il diritto di vivere come si ritiene più opportuno, nel reciproco rispetto. Con tutta l’instabilità che questo comporta perché, sapete, io di società perfette non ne ho mai viste o studiate, le utopie le lascio agli altri. E il Pride è la rappresentazione in piccolo di una società, una società che include non senza difficoltà, non senza problemi, non senza contraddizioni o compromessi. Verrebbe da dire, è l’umanità, bellezza!

Non starò qui a ricordare come nacque il tutto perché ci sono già tantissimi articoli che ricordano i moti di Stonewall, con tanto di lancio del tacco (o della bottiglia, a seconda delle fonti) da parte di Sylvia Rivera. Mi va di ricordare cosa sia il Pride, a cosa serva il Pride. Si può riassumere in quattro parole: commemorazione, rivendicazione, visibilità, festa. Tutte queste cose e molto di più.

Il Pride rappresenta la possibilità di poter sfilare come si preferisce. Con i glitter, con abiti succinti, in giacca e cravatta, da soli, in compagnia, con nu jeans e na maglietta come cantava Nino D’Angelo, in costume, con i tacchi o in ciabatte… insomma, fate come ve pare. Eppure, eppure… puntualmente ogni anno torna fuori la questione sulla sobrietà. Uh Gesù, ma ancora?

Ma tu così devi sfilare? Ma poi pensi di essere credibile? Pensi che i tuoi diritti vengano riconosciuti? Non è controproducente per la causa? 

Un momento! Dov’è che l’ho già sentita? Aspè, è la stessa cosa che mi è sempre stata detta in quanto donna! Ma pensa te, è una vita che mi dicono come DOVREI essere in quanto rappresentante del genere femminile. Vi faccio un piccolo elenco? Tanto per gradire…

– Non dire parolacce, sei una donna non sta bene.
– Con quei capelli corti sembri un maschiaccio. 
– Mettiti una gonna, sei una donna.
– Se ti vesti così, te la vai a cercare.
– Dovresti vestirti così, parlare così, comportarti così, essere così.
– Vivi liberamente la tua sessualità? Indovina un po’?
– Il corpo è il tuo ma lo gestisco io.
– Siete egoiste, avete scelto il lavoro invece dalla famiglia.
– Sei donna e non vuoi avere figli? Sei seria?
– Le battaglie femministe dovrebbero basarsi su *inserire mansplaining a caso*

Mi fermo qui altrimenti questo scritto diventerebbe più lungo della muraglia cinese. 

Ecco, il punto è che c’è sempre chi ti viene a dire come dovresti essere, cosa dovresti fare o non fare, dire o non dire, indossare o non indossare. E via discorrendo.

C’è e ci sarà sempre chi, dall’alto della sua concezione di giusto/sbagliato, morale/immorale, ti dirà che la rivendicazione dei tuoi diritti è più o meno credibile se *inserite qualcosa a caso*.

Praticamente, l’abito fa il monaco in questo caso: se vuoi essere credibile, secondo questa visione, devi apparire moralmente ineccepibile, costantemente coerente, perfett@ e forse, dico forse, se avanza del tempo, tra un “ci sono cose più importanti!!1!” e un “non sono queste le battaglie che contano!!1!”, la tua persona verrà presa in considerazione. Grazie, ben gentili, come direbbe Rat-Man. 

E invece il punto sta proprio lì, nel rompere questi schemi, soprattutto mentali. Ricordare che un diritto è un diritto, indipendentemente se il soggetto che li richiede ci piaccia o meno. Io al Pride indosso pantaloni leggeri e maglietta, o canotta se fa molto caldo, ma mi diverto molto di più con chi ha più fantasia di me nel look. Perché il Pride, sì, è anche una festa, un momento di allegria. E vivaddio, che di ‘sti tempi di odio vomitato a destra e a manca, è ‘na manna dal cielo!

Inoltre se il giudizio è parte di noi, di chiunque di noi, cosa scatena di più il giudizio – o forse sarebbe meglio dire pregiudizio – di qualcosa di evidente, lampante, visibile, sfoggiato a testa alta?

Del resto sarebbe inutile ricordare come nacque il tutto, ma repetita iuvant, il tacco addosso ai poliziotti lo scagliò Sylvia Rivera, donna trans che era stufa di essere presa di mira per ciò che era.

Ed è grazie a chi ci mette la faccia, a chi si mostra a testa alta nella sua fierezza, che oggi tanti diritti sono stati conquistati. Il Pride serve anche a questo, a ricordarlo, a esprimere gratitudine e a non dare nulla, ma proprio nulla, per scontato.

Per cui, 50 anni di grazie a tutta la comunità. E buon Pride a tutt*!

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