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Sogno o son desta?

Quattro del mattino, valigia preparata la sera prima, zaino per le dimenticanze dell’ultimo minuto che si trasforma, a volte anche più pesante della prima, in una valigia secondaria, quella dove infili lo spazzolino, i calzini di ricambio, perché no una mutande, una sciarpa, gli occhiali da sole e tutto quello che trovo camminando per casa fino alla porta.


Prendo tutti i vari generi di conforto, libri cartacei, Kindle, Ipod, Iphone, Ipad, tutta tecnologia per affrontare qualsiasi tipologia di tragitto. La musica per il treno, il tablet per leggere in aereo, il libro perché mi fa sentire sempre un pezzo di casa con me ovunque io vada. Tutto calcolato, tutto programmato. Aeroporto da raggiungere in piena notte perché non è nella mia città e devo arrivare almeno 3 ore prima per i controlli.

Arrivo che sembro una scappata di casa, eppure sono partita da casa pettinata, truccata, vestita che mi sentivo anche figa e invece sembro la brutta copia di un clochard. Non capisco ancora, dopo tanti anni, come facciano le donne a viaggiare con i tacchi e, ancora, inorridisco quando vedo queste ragazzine vestite praticamente con due fazzoletti, che con disinvoltura appoggiano le loro “grazie” sui sedili dell’aereo dove si sono poggiati tutti ma soprattutto tutti hanno poggiato tutto.

Vabbeh, mi sistemo, metto la valigia in ordine nella cappelliera, mi siedo, levo la giacca e allaccio la cintura e, ovviamente,  appena finito, arriva quello seduto accanto a me. Inizia così il contorsionismo per farlo passare, neanche fosse una partita a Twister, tutto con dietro il professionista impaziente che sbuffa perché deve correre a sedere.

Ci sediamo, ci siamo, si parte. Io chiaramente mi addormento ancora prima che la hostess abbia finito di indicarci le uscite di sicurezza e, nonostante io provi a dormire garbatamente, mi ritrovo sempre a bocca aperta come la maschera di Scream. Viaggio di due ore ma pare che soffrano tutti di incontinenza e nel corridoio il passeggio è vorticoso. Mi sveglio urtata dal carrello di cibo e bevande, dalla voce stridula della hostess che vende biglietti della lotteria, profumi e mille altri gadget che chissà perché hanno bisogno di vendere in 2 misere ore di volo.

Provo a riaddormentarmi ma inizia il nastro con la promozione di quello che è appena passato nei carrelli, di quello che passerà e di quello che potrebbe passare. Alla fine, desolata e con le occhiaie come un panda, prendo l’Ipad e faccio un solitario.

Sorvolato il necessario, atterriamo e l’idiozia umana si concretizza. Scattano tutti in piedi, valigia in mano tolta dalla cappelliera, giacca indossata e cellulari che già squillano quando dal finestrino vedi ancora l’aria che ti divide all’asfalto della pista.

Io resto seduta e incredula, ligia al regolamento di non alzarsi, soffocata da pellicce e cappotti del prossimo, ligia al non accendere il telefono mentre sento la telefonata in viva voce della zia Pina che avvisa i nipoti che è arrivata e che ha con se in valigia le lasagne.


Le hostess aprono i portelloni, sono trascorse solo due da quando siamo decollati ma la gente scende come fossero rimpatriati che tornano a casa dopo anni di esilio. Finalmente, ad aereo vuoto scendo anche io, e noto come tutti si siano incastrati nel primo pulmino per andare agli arrivi come se non ce ne fossero due esattamente identici uno accanto all’altro. Salgo sul secondo perché è vuoto conscia del fatto che tanto, anche se arriverò con due millesimi di scarto dal primo il mio amico mi aspetterà. 

Sembrava vero? Eppure era solo un sogno. 

Le cose che prima odiavamo dei viaggi adesso ci mancano, ci manca lamentarci per cose futili ma che erano dettagli di una vacanza o solo di un weekend. Mi sono svegliata a casa mia, a Firenze, non era vero niente, ma la voglia di riprovare quel disagio del viaggio era molto tangibile, mi manca viaggiare. 

È passato un anno e ancora non siamo tornati alla normalità. Ancora non si possono fare cene a casa di amici (anche se qualcuno non ha mai smesso di farle), non possiamo fare le macchinate piene di gente per fare una scampagnata, non possiamo montare su un treno o su un aereo per andare a trovare un amico o un parente.


La cosa paradossale è che oltre a mancarci il bello, ci manca anche il brutto. Ci mancano cose che abbiamo sempre criticato, ci mancano le cose che odiavamo. Ci manca tutto perché, nel momento in cui ne vieni privato, ti accorgi che forse odiavi quella cosa per “sport” e non per reale motivazione. 

Scritto da

Non mi descrivo mai perché non sono gentile con me stessa

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