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photo: credits Brian Vahaly

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L’ex tennista gay Brian Vahaly contro l’ATP: “non aiuta l’inclusione delle persone lgbt+ nel tennis”

Lo statunitense Brian Vahaly, nella sua carriera tennistica, non ha mai conquistato un un titolo ATP, eppure è considerato un pioniere nel suo genere.


La sua carriera nel circuito maggiore, conclusa nel 2006, gli è valsa un best ranking alla posizione 64 e cinque titoli Challenger, nell’era di giocatori come Andre Agassi. Solo undici anni dopo ha rivelato pubblicamente la sua omosessualità: ancora oggi si tratta dell’unico tennista di sesso maschile dichiaratamente gay conosciuto ad aver preso parte a uno Slam.

Vahaly è tornato sul suo coming out in un’intervista rilasciata di recente a ubitennis.net, confessando di essere stato bersaglio di più di un migliaio di messaggi di odio omofobico all’indomani della sua confessione. Oggi la sua vita è molto cambiata: Brian vive insieme a suo marito Bill Jones a Washington e la coppia ha due gemelli, e ha deciso di mettere a disposizione la sua esperienza per parlare di inclusività verso i giocatori LGBT+ nel tennis.

“Nessuna rappresentanza gay nel tennis”

«A differenza del circuito femminile, non c’è rappresentanza per le persone gay nel tennis. Si tratta di un circuito molto maschilista e competitivo. Si facevano un sacco di battute omofobe, sentivo di non poterne parlare con nessuno» ha rivelato Vahaly.

Alla domanda dell’intervistatore sulla possibilità che la sua carriera avrebbe potuto essere diversa se avesse deciso di fare coming out mentre era in attività, Vahaly si pone qualche riflessione: «Non mi piace pensare al “come sarebbe stato se”, ma mi chiedo se la qualità del mio gioco ne avrebbe beneficiato. So che durante gli anni Duemila non mi sarei sentito a mio agio a viaggiare in giro per il mondo, dato che alcuni paesi sono tuttora molto ostili nei confronti delle persone gay» ha continuato, «c’era comunque una componente di rischio in un eventuale coming out, anche dal punto di vista economico. Come avrebbero reagito gli sponsor? Non si può sapere».

Sulle ragioni che lo hanno spinto a fare coming out dice: «Sapevo che per me sarebbe stato importante parlarne apertamente appena ne avessi avuto l’opportunità […] Non prevedevo che sarei diventato un difensore di questa causa ma non volevo sentirmi come se mi stessi nascondendo, anche se ero già sposato. Dopo aver avuto figli, è cambiato il modo di pensare riguardo a ogni cosa. Se ho sentito qualcuno del circuito ATP? No, nessuno del circuito professionistico».

E sulle reazioni: «Dopo quel podcast in cui ho fatto coming out ho ricevuto una buona quantità di e-mail spiacevoli. Forse più di 1000 messaggi da persone che erano disgustate dal fatto che due uomini crescessero figli insieme. Sono stato vittima di molto odio, ma sono stato avvantaggiato dal fatto di avere già una certa età, ero preparato psicologicamente. Ma quando la gente mi diceva che sapevano dove abitavo e che sarebbero venuti a portare via i bambini era spaventoso. La mia esperienza non è stata tutta rose e fiori, insomma. Però lo sport mi ha insegnato a gestire le avversità».

Brian Vahaly e la sua famiglia. Credits: https://www.gayswithkids.com/the-being-blog/former-atp-tennis-pros-non-traditional-family-doing-just-fine

Le responsabilità dell’ATP

Quale può essere il contributo del tennis alla causa? Sul circuito ATP attualmente non si registrano membri (dichiarati) della comunità LGBT+, e parte di questa responsabilità potrebbe essere proprio dell’Associazione: «Se guardi a cosa stanno facendo nella NFL e nella NBA (le due maggiori leghe di basket americane, ndr) confrontandolo a quello che succede nell’ATP, delle differenze ci sono. Una delle ragioni per cui ora siedo nel board della USTA è cercare di cambiare in questo senso lo US Open. Come possiamo organizzare un Pride? Come possiamo allestire eventi simili? […] Penso che l’ATP potrebbe aiutare, se avesse una mentalità più aperta. Al momento hanno deciso di non farlo. L’Australian Open in merito sta facendo un ottimo lavoro e mi auguro continui così. Non voglio fare prediche, ma sto cercando di promuovere una mentalità più aperta in modo che le persone LGBTQ capiscano che anche loro possono fare parte di questo sport.


«Quello che faccio io è cercare di avere una vita normale» conclude Vahaly «Parlando di sport, vorrei far capire che puoi avere una grande carriera da atleta e allo stesso temp una famiglia a prescindere dalla tua sessualità».

L’intervista completa in italiano è su ubitennis.net

Scritto da

Sono nato in Puglia, dove sono cresciuto a orecchiette, giornalini e romanzi d'appendice. Sono ebbro di vino, virtù e poesia. Oggi mi divido tra la città natale e la città Eterna. Nella vita mi collaboro con le case editrici come revisore di testi ed editor. Su BL Magazine coordino la linea editoriale e mi occupo di raccontare come vengono trattati i diritti umani e diritti lgbt+ nel mondo... e qualche volta mi distraggo scrivendo di tv e spettacolo!

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