Vent'anni Fabrizio de Andrè

Era notte profonda quando l’’11 gennaio 1999, Fabrizio De Andrè si spegneva per una grave malattia all’età di soli 58 anni. Due giorni dopo, le sue esequie vennero celebrate presso la Basilica Maria Assunta di Carignano, nella sua Genova. Oltre diecimila persone accorsero per celebrare la musica e la poesia di uno dei più grandi cantautori che l’Italia ricordi.

A vent’anni dalla sua scomparsa, Faber (così era chiamato dall’amico Paolo Villaggio) è ricordato e amato da uomini e donne di ogni generazione, e le sue canzoni, di cui molti critici letterari ne hanno elogiato lo stile poetico, sono state inserite già dagli anni settanta nelle antologie scolastiche di letteratura. Tantissime, dopo la sua morte, sono state le intitolazioni di vie, biblioteche e scuole alla sua memoria. Qualche mese fa gli è stato assegnato, postumo, il Premio Manzoni (ritirato dalla sua compagna di vita, Dori Ghezzi)

Dori Ghezzi

Poesie, non solo canzoni erano quelle di Faber, che nel corso della sua quarantennale carriera ha dedicato buona parte dei suoi componimenti agli “ultimi”: anarchici, ribelli, prostitute, emarginati sociali. I brani di Fabrizio De Andrè hanno ancora oggi una potenza comunicativa senza eguali, pur nella semplicità delle loro parole e nell’essenzialità della musica.

Per ricordarlo, abbiamo selezionato dieci brani in cui De Andrè ha saputo mettere in primo piano le storie “degli ultimi”, con riguardo anche ai suoi testi pacifisti e quelli legati alla sua Genova.

Preghiera in gennaio (1967)

Fu scritta pensando a Luigi Tenco, successivamente al suicidio del giovane cantautore genovese a Sanremo. Il brano è una sorta di preghiera in cui si chiede a Dio di concedere un posto in paradiso anche ai morti di suicidio. De Andrè non si definiva cattolico, ma viveva una sorta di “fede anarchica” in cui cercava di umanizzare un’entità sovrannaturale “difficilmente identificabile” (secondo Dori Ghezzi).


“Quando attraverserà / L’ultimo vecchio ponte / Ai suicidi dirà / Baciandoli alla fronte / Venite in Paradiso / Là dove vado anch’io / Perché non c’è l’inferno / Nel mondo del buon Dio”

Andrea (1978)

“Andrea” racconta di un amore tra due uomini durante la prima guerra mondiale. Andrea, “contadino del regno“, e il suo compagno “soldato del regno, riccioli neri“, che muore sul fronte: “Andrea ha perso l’amore“.
Andrea raccoglie violette e getta i riccioli neri del suo amato in un pozzo, sperando che sia più profondo del suo dolore, al quale si abbandona ricongiungendosi al suo amato.

Nel 1992, durante un concerto tenutosi al Teatro Smeraldo di Milano, De Andrè disse: “Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i figli della luna: quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene“.

“Occhi di bosco contadino del regno profilo francese
Occhi di bosco soldato del regno profilo francese
E Andrea l’ha perso ha perso l’amore la perla più rara
E Andrea ha in bocca un dolore la perla più scura”

Il cantico dei drogati (1968)

Composta insieme a Riccardo Mannerini, viaggiatore anarchico, racconta di una dipendenza (e si ispira al poema “Eroina” dello stesso Mannerini, del quale conserva alcuni passi). De Andrè dichiarò che lavorare a “Il cantico dei drogati” fu liberatorio per lui, catartico per la sua dipendenza dall’alcool, grazie al quale, però, la sua fantasia “viaggiava sbrigliatissima”.

“Tu che m’ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria.”

La guerra di Piero (1964)

È il testo dedicato ad un gesto eroico: non quello del militare che rischia la vita per la patria, ma quella di un uomo che, ritrovatosi di fronte un soldato della fanteria straniera, anziché imbracciare il fucile e sparare, esita fino a che non è il suo nemico a colpire, per paura.
“La guerra di Piero” è un testo commovente e pacifista contro l’inutilità, la stupidità e la banalità del male.

“E se gli spari in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore”

Cose che dimentico feat. Cristiano De Andrè (1994)

Scritto con il figlio Cristiano (che ha curato la musica) e Carlo Facchini (per il testo) fu presentato proprio da Cristiano al Festival di Sanremo nel 1994, non venendo però selezionato dalla commissione. “Cose che dimentico” affronta la tematica dell’AIDS. La canzone è dedicata al poeta sardo Fernando Carola, amico di Faber.

“Qui nel girone invisibili
per un capriccio del cielo
viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo
e tutti ne sentiamo il gelo”

Princesa (1996)

Ispirata all’omonimo romanzo dell’ex brigatista Maurizio Iannelli, che a sua volta si basò sul racconto del trasgender brasiliano Fernanda Farias de Albuquerque (col quale condivise la detenzione a Rebibbia), Princesa racconta proprio della vita della donna brasiliana, che da essere il “piccolo Fernandinho”, per seguire “l’incanto dei desideri” diventa l’amante di un facoltoso avvocato di Milano. Da Fernando a Fernanda, ormai Prinçesa, una donna dalla femminilità travolgente.

“E io davanti allo specchio grande
Mi paro gli occhi con le dita a immaginarmi
Tra le gambe una minuscola fica”

Amico fragile (1973)

Forse il brano più autobiografico di Faber. Nacque una notte in Sardegna, dopo che Fabrizio rifiutò la compagnia di alcuni amici di famiglia. Costretto a suonare, lasciò la comitiva e si rintanò a bere e a comporre dove non poteva essere disturbato. Presenta una riflessione “sulla fragilità dei rapporti umani, ma, nello stesso tempo, sulla necessità di averne e quindi sul senso di vuoto che nasce quando questi vengono meno o restano superficiali. Il risultato è una dichiarazione di amore-odio di un borghese pentito alla propria gente”
[Matteo Borsani – Luca Maciacchini, Anima salva, pp. 109-110] 

“Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi “
per essere corrisposti”

Via del campo (1967)

Il titolo si riferisce ad una delle strade più povere di Genova, che ospitava le abitazioni dei ceti più bassi. “Via del Campo” è l’emozionante affresco di una comunità che, pur nella sua miseria, avverte ancora il bisogno di sognare. De Andrè traccia il ritratto di tre donne, di cui due prostitute e una bambina, descrivendole in maniera romantica, e un uomo innamorato – illuso – che vorrebbe regalare una nuova vita alla sua venditrice d’amore nata e vissuta nel degrado, che non sa fingere di essere quello che non è. È il brano che contiene la celebre frase “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior“.

“Via del Campo c’è una puttana 
gli occhi grandi color di foglia 
se di amarla ti vien la voglia 
basta prenderla per la mano
e ti sembra di andar lontano 
lei ti guarda con un sorriso 
non credevi che il paradiso 
fosse solo lì al primo piano”

Smisurata preghiera (1996)

La canzone è considerata la “summa” della poetica di De Andrè (Anime Salve fu l’ultimo disco del cantautore che morì tre anni più tardi), e fu scritta insieme a Ivano Fossati. “Smisurata preghiera” offre agli ascoltatori un punto di vista maturo, un “manifesto” libertario, anarchico dedicato alla solitudine contrapposta a una società massificata e ormai omologata ad un pensiero unico. Un brano dedicato a chi viaggia “in direzione ostinata e contraria”, ancora attualissimo.

“Col suo marchio speciale di speciale disperazione 
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi 
per consegnare alla morte una goccia di splendore 
di umanità di verità”

Crêuza de mä (1984)

Il disco omonimo fu uno dei più importanti e significativi degli anni ’80, e si contraddistingue per essere cantato interamente in dialetto genovese. Il titolo significa “Mulattiera di mare” e la canzone racconta del ritorno dei marinai a casa, dopo la pesca. Un momento in cui si riflette sulla rassegnazione di chi, come i marinai, compie un viaggio senza un inizio, né fine. Nel testo sono moltissimi i riferimenti a Genova e alla Liguria.

“Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l’è ch’ané
da ‘n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n’à puntou u cutellu ä gua”

trad:
“Ombre di facce facce di marinai
da dove venite dov’è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola”
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